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Tomizawa: non c'è più il rispetto per la morte

Lo spettacolo va avanti anche se bisognerebbe fermarsi a riflettere, prima di ripartire

6 settembre 2010 07:54

Tomizawa: non c'è più il rispetto per la morte

Oggi è terribilmente di moda dare alla gente ciò che essa vuole. Le scelte di governo vengono dettate dai sondaggi, i programmi televisivi trash stanno erodendo gli spazi informativi per inseguire gli ascolti, i grandi numeri, lo share. La pubblicità, gli affari.

E chi crede che il mondo dello sport sia estraneo a questo modo di pensare e di agire si sbaglia di grosso. Ieri pomeriggio il Motomondiale ne ha dato un prova lampante, vergognosa.

Lo spettacolo non si è fermato. É morto Shoya Tomizawa: un giovane di 19 anni che passerà alla storia per essere stato il primo pilota ad aver vinto una gara della Moto 2 e per essere stato investito da due colleghi in piena velocità, mentre rotolava sulla pista come un pupazzo.

Era un uomo ed è stato preso come uno straccio. Non è stata interrotta la corsa con la bandiera rossa, si è voluto andare avanti. Le condizioni di Shoya erano subito parse gravissime: in quelle condizioni l'ideale è stabilizzare il ferito sul posto.

Certo c'era l'ambulanza nella via di fuga. E allora si è portato il ferito all'ambulanza (facendolo anche scivolare dalla barella), non l'ambulanza al pilota. Follia pura. Eppure i soloni del Motomondiale hanno difeso le loro scelte: il medico, il direttore di corsa, l'addetto alla sicurezza.

La corporazione si è serrata nei ranghi, seguendo le procedure, senza capire che davanti ai loro occhi stava accadendo un qualcosa di drammaticamente ineludibile e non c'era regola che tenesse: bisognava fermare tutto!

E poi si è preso tempo a trasferire quel povero ragazzo giapponese all'ospedale di Riccione: da quando è stato caricato sull'ambulanza dal Centro Medico c'è voluta un'eternità prima che l'autista si muovesse.

Shoya stava lottando con la morte: il suo corpo straziato era troppo martoriato. Ed erano solo le "macchine" a tenerlo ancora legato a questo mondo in modo artificiale. È spirato in ospedale, quando la Moto Gp era già partita.

Lo spettacolo non si è fermato, perché è quello che la gente voleva. L'ipocrisia è andata avanti per tutta la corsa e solo in pit-lane Carmelo Ezpeleta, il boss della Dorna, è andato ad avvisare i piloti che c'era stata una tragedia prima che salissero sul podio.

Non è servito a niente: i campioni sono stati gli unici ad esprimere un atteggiamento adeguato al brutto momento. Si è visto all'improviso nel loro sguardo il gelo, la pietrificazione delle emozioni. Hanno capito in un istante e si sono sentite voci roche e occhi lucidi. Non per finta commozione, ma forse per aver pensato: poteva toccare anche a me.

Si poteva evitare una cerimonia di premiazione in cui alcuni meccanici hanno festeggiato il risultato sorridendo. Si poteva evitare che i tifosi più beceri (ma erano solo beceri?) fischiassero Lorenzo per idolatrare Valentino? Si poteva evitare che si facesse festa comunque, perché non c'era più niente da festeggiare. Evidentemente non interessava che ci fosse un morto.

Si poteva dedicare un minuto di raccoglimento. Un pensiero o una preghiera per quel ragazzo giapponese che non aveva la vocazione del kamikaze, ma solo la passione per le corse.

Questa generazione di piloti è cresciuta senza la paura della morte. Un tempo quelli che iniziavano la stagione sapevano che qualcuno non l'avrebbe mai finita. Magari pensavano che non sarebbe toccato a loro, ma convivevano con quella presenza inquietante, pur negando la paura.

In sette giorni il Motomondiale ha scoperto che la morte non resta fuori dal paddock: ci ha preso un bambino di 13 anni a Indianapolis in una gara di contorno e ieri Tomizawa a Misano. Due incidenti raggelanti e terribilmente simili nella dinamica.

Proprio quegli incidenti in cui non si può fare niente, dove il destino gioca la sua carta più beffarda. De Angelis e Redding vivranno con un senso di colpa, ma senza aver alcuna responsabilità. Bisognerà aiutare anche loro due a riprendere un'esistenza normale.

Ma non si può girare la testa dall'altra parte per far finta che non sia successo niente: ci vuole il rispetto dei morti, avendo il coraggio di fermarsi. Prima di ripartire, ovviamente.

Per riflettere e domandarsi se si è fatto tutto il possibile per Tomizawa, per migliorare quelle maledette procedure (e cambiarle), per non abbassare mai la guardia, perché quella della sicurezza non è mai una gara vinta...

di Franco Nugnes
tags: Moto2
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15 Commenti

  • 1
    testimonianza di uno a bordo pista - moto.it

    MISANO ADRIATICO - E' morto davanti ai miei occhi, anche se, ufficialmente, Shoya Tomizawa è deceduto circa un'ora e mezza dopo, precisamente alle 14.20 nell'ospedale di Riccione, dove era stato trasportato in ambulanza. Succede sempre così in questi casi, non è certo una novità, è la procedura. A me, comunque, nessuno toglie dalla testa che Tomizawa sia morto sul colpo, possibilità, peraltro, avvalorata anche dalla dottoressa Marina Gambetti di Riccione. Cambia poco, purtroppo.


    Solitamente, per avere una visione completa, seguo le gare in televisione dalla sala stampa, con tutti i dati: tempi, intertempi, velocità massime, distacchi, replay. Questa volta, però, avevo deciso di andare a bordo pista per vedere la Moto2, per cercare di rendermi conto, dal vivo, di alcune situazioni che non mi riesco a spiegare dalle immagini e dai dati. Dopo essere stato per un paio di giri alla prima curva, mi sono spostato nella parte centrale, dove si può vedere un bel pezzo di pista, quindi sono andato verso il curvone, il punto più difficile del circuito di Misano, perché volevo capire se c'era un comportamento differente tra le varie moto.


    La gara si era ormai stabilizzata per la prima posizione, con Toni Elias in testa con margine, ma alle sue spalle la lotta era serrata per la terza posizione, con Simon, Tomizawa, De Angelis (in rimonta) e Redding racchiusi in pochi decimi. In quel punto, al curvone, non c'è margine di errore, si può percorrere una sola traiettoria, a una velocità attorno ai 230 km/h. Ma Shoya, purtroppo, ha sbagliato: l'ho visto andare leggermente largo, perdere il controllo della moto, finire a terra. Tutto a una velocità pazzesca, in una frazione di secondo e il flash successivo che ho impresso nella mia mente sono Alex De Angelis e Scott Redding che volano in aria, con Tomizawa che rotea esamine sulla pista.

    Al momento, mi era sembrato che solo uno dei due avesse centrato il giapponese, in realtà, rivedendo poi le immagini, entrambi i piloti lo colpiscono, con un impatto durissimo. E' chiaro che è successo qualcosa di gravissimo, l'adrenalina mi sale alle stelle: le bandiere gialle vengono esposte immediatamente, i soccorsi sono rapidi. De Angelis si rialza quasi subito, Redding è fuori pista e dalla mia visuale, Tomizawa è pochi metri più in là, davanti a me. I medici lo proteggono in qualche modo con le balle di paglia, gli altri piloti gli sfrecciano accanto a una velocità secondo me troppo elevata per la circostanza, ma tant'è. Tomizawa viene caricato sulla barella, i soccorritori corrono nella via di fuga, dove uno perde l'equilibrio nella sabbia, cade. Shoya rimane immobile sulla barella, in pochi secondi è dietro il guard rail, in una apposita postazione all'esterno della curva.

    Da dove sono non posso vedere cosa sta succedendo, ma intuirlo sì, perché i medici sono piegati ed, evidentemente, cercano di rianimarlo. Il mio cuore batte a mille, quello di Tomizawa, purtroppo, non batte più, tutto attorno c'è una calma apparente quasi surreale. Mi stupisce, in positivo, il sangue freddo di chi è vicino a Tomizawa, il loro non perdere mai la calma in un momento così drammatico. Io fatico a ragionare, davanti agli occhi mi continuano a scorrere le moto in piega, ma non riesco nemmeno a vederle, non sento il rumore.

    Continuo a guardare là, verso la postazione di Tomizawa dove, con molta calma, arriva un'ambulanza. Non ho la minima idea di quanto tempo sia passato. Mentre viene caricato sull'ambulanza, vengono stesi dei teli bianchi per impedire alle telecamere e al pubblico di vedere. L'ambulanza parte, procede lentissima. Salto sulla bicicletta con la quale mi muovo all'interno del circuito e arrivo al centro medico ben prima del mezzo di soccorso. I minuti successivi sono, come sempre in questi casi, concitati, ma il mio cervello è in tilt, bloccato, incapace di mettere insieme un pensiero dietro l'altro. Esce Max Sabbatani dal centro medico. E' un mio amico, ma non gli chiedo niente. Si avvicinano altri giornalisti, Max fatica a trattenere le lacrime. «Aveva 19 anni» sono le sue sole parole.


    Giovanni Zamagni


    05/09/2010


    [risulta evidente che i soccorritori non potevano aspettare la bandiera rossa dovevano intervenire subito, non potevano mettersi a passeggiare con CALMA nella via di fuga, non c'era tempo e forse anche i soccorritori si erano accorti che pure la speranza stava perdendo contro la morte. Risulta anche evidente che l'ambulanza procedeva piano perchè ... la rianimazione a bordo pista non aveva dato esiti positivi... chi ha orecchie per intendere intenda. - ndr]

    Postato da: testimonianza di uno a bordo pista - moto.it06 settembre 2010 alle 10:56
  • 2
    grazie, Giovanni

    Caro Giovanni, grazie per la tua testimonianza umana e per l'ultima annotazione che deve far riflettere...

    Postato da: franco nugnes06 settembre 2010 alle 11:14
  • 3
    l'ipocrisia piu' grande

    caro zamagni, caro direttore, "chi ha orecchie per intendere intenda" significa che un pilota (o qualsiasi altro sportivo) non puo', ipocritamente, essere dichiarato morto in pista (o sulcampo), pena la sospensione immediata della manifestazione. Ma lo spettacolo "deve" andare avanti: via dunque con l'assurdo rituale dell'inutile traferimento in ospedale anche quando e' ormai evidente che non c'e' piu' nulla da fare.

    Postato da: ale06 settembre 2010 alle 12:27
  • 4
    ale non è così

    Le condizioni critiche erano evidenti, ma non è detto che la morte clinica sia sopraggiunta subito.

    Il tentativo di rianimazione è continuato anche in ambulanza e la stessa procedeva piano molto probabilmente per garantire ai medici la stabilità necessaria e la potenza sufficiente per tutte le apparecchiature nonché garantire loro la possibilità di praticare (questo è quello che penso io) l'intubazione per tentare di stimolare la respirazione artificialmente.

    L'atto della morte è un passaggio che non necessariamente può essere istantaneo.

    Io ritengo che fisicamente fosse morto sul colpo. I traumi riportati erano sconvolgenti.

    I medici nella loro sovrumana freddezza, hanno intuito che ci fosse una remota possibilità di poterlo salvare e hanno tentato il tutto per tutto il più velocemente possibile.

    Quello che dici tu oltre ad essere falso (perchè i fatti dicono l'opposto) è ingiurioso nei confronti dei medici e di tutti i responsabili della sicurezza che non hanno fatto altro che il loro lavoro.

    Postato da: testimonianza di uno a bordo pista - moto.it06 settembre 2010 alle 14:20
  • 5

    Ciò che non capisco è perchè non dare bandiera rossa?
    Dopo la botta mi aspettavo si che i commissari ed i sanitari intervenissero, ma la bandiera rossa andava data comunque, ciò avrebbe permesso anche ad un ipotetica eli-ambulanza di atterrare in pista vicino alla postazione dei commissari e caricarlo direttamente, esattamente come successe con Ayrton a Imola 1994.
    In caso di lesioni interne, la priorità è quella di giungere al primo ospedale possibile, non certo fare il giro in ambulanza sull'unico stradello che raggiunge il circuito di Misano e nella viabilità ordinaria o verso la clinica del circuito.
    Tra l'altro al Nurburgring, dove correva la SBK, Troy Corser è rimasto a terra dopo la caduta del primo giro, i sanitari sono accorsi subito ed al giro dopo è stata data la bandiera rossa, per permettere una maggiore velocità ai mezzi di soccorso.

    Postato da: Rick06 settembre 2010 alle 15:12
  • 6
    ciao ragazzo dagli occhi a mandorla, purtroppo eri parte di un gioco piu grande di te.

    stavo in tribuna d fila n posto 51 e ho visto.non e il primo anno che vengo a misano, vengo gia dal giovedi sera.ci trattano come pecore, il venerdi mattina ti illudono con la linea di partenza poi il trofeo red bull e poi.... in effetti, schiavo della tua passione credi di vedere di toccare di sentirti parte di qualcosa che unisce tutti quelli che sono la, dai piloti in poi. ma non e cosi, tu devi solo pagare, si devi solo pagare. questo e solo uno sporco e spietato commercio. per questo carissimo ragazzo dagli occhi a mandorla ieri non si e fermato il teatro.la tua vita ai confronti del dio danaro, per chi muove i fili non e niente. ti voglio bene figliolo, non ti chiedo di perdonarli che tu possa riposare in pace... addio ragazzo dal nome impronunciabile e dagli occhi puliti.

    Postato da: biagio festa di anni 54 06 settembre 2010 alle 19:49
  • 7
    Zamagni, non sono d'accordo

    In un incidente di tale gravità non esiste che sia la barella che va all'ambulanza, deve essere la ambulanza che va al pilota fermo in mezzo alla pista, non ci sono scuse di nessun tipo.
    Bandiera rossa immediatamente e ambulanza subito sul posto, come venne fatto per Senna.
    In caso di lesioni spinali la caduta dalla barella sarebbe stata fatale.
    La scelta presa è nel mondo delle corse una pura follia, che non avrebbe cambiato nulla nel caso specifico, ma fermare immediatamemnte la corsa e ambulanza sul posto era l'unica scelta da prendere.
    Ma la "corporazione" del motomondiale ha deciso in altro modo......
    In SBK per un'incidente ridicolo al confronto hanno dato ovviamente bandiera rossa senza pensarci un secondo.

    Postato da: Bruno07 settembre 2010 alle 09:55
  • 8
    Bandiera rossa

    "La corporazione si è serrata nei ranghi, seguendo le procedure, senza capire che davanti ai loro occhi stava accadendo un qualcosa di drammaticamente ineludibile e non c'era regola che tenesse: bisognava fermare tutto!"

    Io su questo concordo assolutamente con il Direttore. E non solo, credo che la corporazione si sia serrata nei ranghi anche nelle dichiarazioni del dopo dramma, difendendo all'unisono un operato francamente allucinante.

    Credo che le condizioni di Shoya fossero talmente disperate che non avrebbe fatto differenza, ma questo non ha importanza. Con un incidente del genere, con le lesioni che poteva aver causato, l'unica mossa sensata era fermare tutto e far entrare l'ambulanza in pista, tenendo il pilota più fermo possibile, altro che caricarlo sulla barella e poi farselo pure scivolare di mano.

    Sul resto, sull'opportunità di sospendere la Moto GP, credo si sia detto fin troppo in questi giorni. C'è un collega che ha addirittura sostenuto che i piloti andassero informati a metà gara della morte del giapponese, tramite le lavagne al muretto box.
    Al di là del fatto che la dichiarazione di Lorenzo ("me lo hanno detto prima della gara") lascia molti dubbi sulle tempistiche dell'accaduto, io non trovo che far correre la Moto GP sia stato scandaloso.

    Però, come ha scritto Pino Allievi sulla Gazzetta, un gesto andava fatto. E allora non capisco proprio perché si sia svolta la cerimonia del podio.
    Perché la Dorna non l'abbia annullata e perché, visto che a Ezpeleta è mancata la sensibilità, i piloti non si siano imposti per annullarla. Se avessero agito di concerto, tutti e tre insieme, nessuno avrebbe potuto portarli sul podio di forza. E vista la situazione, tutti avrebbero capito e nessuno avrebbe potuto punirli.

    Invece il podio è stato fatto, e in alcune foto (come questa http://yfrog.com/0qpodiohj) spuntano anche dei sorrisi a dir poco fuori luogo...

    Postato da: Filippo Z07 settembre 2010 alle 10:35
  • 9
    Filippo non ragiona

    "Con un incidente del genere, con le lesioni che poteva aver causato, l'unica mossa sensata era fermare tutto e far entrare l'ambulanza in pista, tenendo il pilota più fermo possibile"

    Così facendo sarebbe morto in meno di un minuto. Se avessero dato bandiera rossa e avessero aspettato l'ambulanza in pista (irrilevante perchè comunque l'ambulanza sulla sabbia non ci va non è mica un carro armato) sarebbero passati 5 minuti sufficiente a garantire il decesso sicuro del pilota.

    La testimonianza di Zamagni è cruciale.

    La rianimazione è cominciata subito appena la barella è giunta in area protetta segno che non si poteva (come probabilmente ami tu fare) godersi lo spettacolo.

    Dare la bandiera rossa avrebbe voluto dire sbattersene le palle di tomizawa e pensare a regolarizzare il flusso di piloti in pista; avrebbe voluto dire sperare nella morte di tomizawa come a te filippo piace e come piace a franco nugnes, godersi la morte altrui con calma, con in mano una birra e seduti comodi sul divano.

    Postato da: JZ07 settembre 2010 alle 11:06
  • 10
    ingurioso?

    Caro Zamagni, la tua ultima frase di commento al mio post (3) mi sembra veramente molto, ma molto sopra le righe perché io non ho ingiuriato nessuno, ne' i soccorritori ne' gli addetti alla sicurezza (mai nominati). Semmai ho criticato(ma non mi sembra proprio di essere stato l'unico) la perversa e ipocrita logica che vuole che lo spettacolo debba andare avanti ad ogni costo. Io a Misano non c'ero e se ho parlato di assurdo e inutile rituale del trasporto in ospedale e'perche' sono state proprio le tue parole da testimone oculare (mortee sull colpo, rianimazione a bordo pista senza esito positivo) a farmi pensare che tutto fosse ormai inutile. E la legge italiana e' molto precisa in simili evenienze.

    Postato da: ale07 settembre 2010 alle 12:09
  • 11
    ale non è così insisti su un chiodo senza martello

    La legge italiana è molto precisa???

    Parla di dichiarazione di decesso; la dichiarazione è stata fatta all'ospedale di Riccione. Quindi per la legge che tu dichiari "precisa" è tutto ok. Se il decesso fosse stato constatato a bordo pista il pilota sarebbe rimasto nel medesimo posto in attesa del prefetto. Se il decesso fosse stato constatato a bordo dell'autoambulanza la stessa si sarebbe fermata in attesa del prefetto perchè per legge un'ambulanza non può trasportare un morto.

    Il fatto che l'autoambulanza fosse in moto ma a velocità ridotta è segno che i medici stavano eseguendo un'intubazione e stavano avviando la procedura di respirazione artificiale.

    La rianimazione è avvenuta a bordo pista. Doveva essere eseguita il più presto possibile.

    Molto probabilmente attendere il deflusso dei piloti dopo l'esposizione della Red Flag avrebbe voluto dire togliere anche quel poco di probabilità di farcela.

    Io non posso far altro che congratularmi con tutti coloro che hanno fatto il massimo che si poteva fare nel minore tempo possibile; così dovrebbero far tutti.

    Solo per dovere di cronaca, la legge che tu difendi a spada tratta (evidentemente giustamente) e che dichiari "precisa", afferma che dubitare della professionalità altrui definendola implicitamente indecorosa rappresenta un'affermazione ingiuriosa trattabile penalmente.

    La legge bisogna conoscerla prima di difenderla e i fatti bisogna averli analizzati in prima persona per poterli descrivere e al più giudicare.

    Ma forse, solo in questo caso e solo per te, ne risulta come eccezione.

    Postato da: testimonianza di uno a bordo pista - moto.it07 settembre 2010 alle 15:30
  • 12

    Confondi ingiuria con diffamazione, il prefetto con il sostituto procuratore e poi mi vieni a dire che la legge bisogna conoscerla. Comunque, io sono piu' che convinto di non aver ingiuriato (o diffamato) nessuno. Anche sulla base delle tue impressioni di "testimone oculare" ho espresso dei dubbi sull'effettiva necessita' del trasporto all'ospedale. La Procura di Rimini sta indagando anche su questo punto...

    Postato da: 07 settembre 2010 alle 16:50
  • 13

    Ho una domanda...leggo da ciò che riporta il sig. Zamagni che la mancata esposizione della bandiera rossa sia stata corretta, perchè l'esposizione della stessa avrebbe "costretto" i commissari a dirigere il traffico delle moto in pista, lasciando esanime il ferito sull'asfalto e perdendo preziosi secondi.
    Ma perchè non è menzionata l'ipotesi di una esposizione della bandiera rossa e l'entrata contemporanea dei sanitari ed eventualmente di una ambulanza?
    Perchè questa via non è percorribile?
    Ho visto tante gare in vita mia e purtroppo anche incidenti e mi è capitato di vedere gare interrotte dalla bandiera rossa con sanitari e magari ambulanze subito in pista, senza passeggiate o perdi tempo accessori, anche se c'erano ancora moto o auto in fase di rientro ai box.
    L'esposizione immediata della bandiera rossa, dovrebbe portare i piloti a rallentare immediatamente, anche perchè credo che siano in grado di capire che spesse volte l'esposizione della stessa è dovuta a qualche incidente grave e che quindi potrebbero trovare più avanti un punto del circuito ostruito da rottami, commissari ed altro.
    Tra l'altro la bandiera rossa, avrebbe consentito l'immediato atterraggio di una eli-ambulanza senza necessità di trasportare subito il ferito al centro medico, dove purtroppo non hanno certo gli strumenti per poter operare chirurgicamente su un paziente con lesioni interne.

    Postato da: Rick08 settembre 2010 alle 14:49
  • 14
    Rick ha perfettamente ragione

    Rick ha centrato il punto che identifica palesemente un buco organizzativo indiscutibile.
    La gara andava palesemente fermata, appena passati tutti i concorrenti del giro dell'incidente, l'ambulanza in pista che deve poter accedere dall'interno dei curvoni (dove era posizionato proprio Zamagni), nesssun problema nel gestire i piloti al rientro ai box anche perchè vi era tutto il rettilineo dal tramonto per dire ai commissari di entrare in pista e indicare ai piloti che sopraggiungevano di tornare ai box procedendo molto molto lentamente segnalandolo con le bandiere e i gesti delle braccia.
    Non esiste da nessuna parte al mondo che il pilota ferito va all'ambulanza, se la situazione è gravissima in pista ci va subito l'ambulanza e se necessario (come x Senna) ci si fa anche atterrare l'elicottero.
    In caso di lesioni spinali una gestione come quella di domenica sarebbe stata molto pericolosa, ed banalmente contro il buon senso.
    Non vedo versioni differenti da questa onestamente.
    Se l'unica ambulanza nella zona dei curvoni è all'esterno degli stessi e non può entrare causa presenza della ghiaia è un problema organizzativo non banale da risolvere per il futuro.

    Postato da: Bruno09 settembre 2010 alle 22:54
  • 15

    Zamagni come la mettiamo allora col fatto che l'autopsia ha accertato che la morte è avvenuta dentro l'ambulanza?

    Vorrei anche far notare che una volta esposta la bandiera rossa nessun pilota sarebbe transitato nel punto dell'incidente. Quindi, per favore, non diciamo che la bandiera rossa non è stata data per velocizzare l'ingresso dei medici in pista.

    Che Tomizawa fosse morto in pista o all'ospedale non cambia la sostanza. Nessun medico al mondo in 5 secondi può decidere se un ferito può essere o meno trasportabile. I primi soccorsi sempre, ripeto sempre, debbono venir portati direttamente sul posto. Sono le elmentari norme di pronto soccorso a dire di non spostare il ferito prima che non sia accertato il fatto che il ferito possa essere trasportato.

    Voglio fare un esempio pratico. Zanardi si è salvato solo perchè i medici sono stati bravissimi a tamponare l'emorraggia sul posto senza neppure togliere il pilota dalla vettura. Se lo avessero fatto Zanardi non sarebbe più tra noi.

    Con questo non voglio dire che organizzazione e medici siano in qualche modo colpevoli di qualcosa. Capisco che nella concitazione del momento possano essere state fatte scelte che, a freddo, possono essere considerate non le migliori. Ma difendere a posteriori la scelta di non esporre le bandiere rosse non mi sembra giusto.

    Tomizawa non si sarebbe salvato comunque. Ma nell'ottica di migliorare la qualità dei soccorsi nelle prossime gare magari serve qualche riflessione.

    Postato da: Saverio Casadidio10 settembre 2010 alle 11:31

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Shoya Tomizawa

Nato il 10 dicembre 1990

nazionalità Giappone (JP)

altezza 166 cm

peso 56 kg

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